mercoledì 26 settembre 2007

aspetti storici della psicologia sociale



Vi allego anche una breve trattazione con riferimenti essenziali:

Elementi di storia della psicologia sociale (di Stani Smiraglia)

La psicologia sociale nasce agli inizi del novecento, in un periodo in cui grande diffusione stavano avendo le concezioni psicofisiologiche del comportamento umano anche in relazione ai grandi progressi delle scienze fisiche e biologiche.
Più ancora, la psicologia sociale nasce e si sviluppa perché inizia ad assumere un'utilità specifica la disamina scientifica dei comportamenti sociali connessi alle dinamiche nazionalistiche e popolari e all'affermazione della società industriale.
Prescindendo dai riferimenti più remoti alla filosofia sociale, le origini della psicologia sociale possono essere ricondotte alla diffusione della notissima Psicologia delle folle (1895) di Gustave Le Bon (1841-1931) e della colossale opera in dieci volumi di Wilhelm Wundt (1832-1920) sulla Psicologia dei popoli, ultimata nell'anno della morte del suo autore.
Nell'opera di Le Bon si riflette il preoccupato interesse della borghesia francese per il comportamento 'irrazionale' delle masse frequente¬mente debordante in sommovimenti anarchico-rivoluzionari. I concetti chiave per interpretare il comportamento delle folle riflettono pienamente la cultura di fine secolo; così il concetto di contagio mentale trasferisce nelle scienze sociali quello di contagio batteriologico che rivoluzionò la teoria e la pratica della medicina sociale; il concetto di suggestione è invece sussunto dal campo dell'ipnosi medica.
In sintesi e specificamente per quel che è relativo alla società francese ma anche italiana presso la quale l'opera di Le Bon ebbe notevole risonanza, si può affermare che la diffusa concezione epocale intorno alla natura del comportamento collettivo si può interpretare alla luce di una prospettiva essenzialmente medicale e criminologica. Tale prospettiva era funzionale all'esigenza, particolarmente avvertita dalle classi borghesi, di 'curare e controllare' ogni forma di comportamento deviante e sovvertitore da parte del proletariato urbano e delle masse aggregate dall'impetuoso ed anomico impulso allo sviluppo industriale.
Diverso è lo sfondo culturale in cui matura l'opera di Wundt. Nella sua Psicologia dei popoli è possibile riconoscere l'intensa continuità della tradizione filosofica e letteraria tedesca che precede - romanticamente - ed accompagna - politicamente - la fondazione dello stato e della nazione Germania (1871).
La tesi fondamentale di tale tradizione vedeva nella comunità culturale (Gemeinschaft) e nel popolo (Volk) i fondamenti dell'appartenenza sociale degli individui. Anche in ragione di questa prospettiva culturale, Wundt, che pure può essere a diritto considerato uno dei padri fondatori della psicologia di laboratorio, riteneva inapplicabile alla psicologia sociale il metodo sperimentale e necessario lo studio comparato dei prodotti e dei processi superiori quali il linguaggio, il mito, il costume, la religione, l'arte ed il diritto. Per tali posizioni ed assunti, il contributo di Wundt è apparso rapidamente superato soprattutto dalla conce¬zione individualista e funzionalista angloamericana, più vicina alle esigenze di comprensione pragmatica del comportamento nel quadro dello sviluppo della società industriale.
Nel mondo anglosassone sono del 1908 le prime due introduzioni sistematiche alla disciplina: la Psicologia sociale di Edward A. Ross (1866-1951), che si congiunge alla tradizione della psicologia delle folle ispirata da Gabriel Tarde (1843-1904) ed afferma una visione tendenzialmente sociologista, e l'Introduzione alla psicologia sociale di William McDougall (1871-1938)più incline ad una visione biologistica delle basi del comportameno (la psicologia ormica).
In McDougall si rileva una propensione individualistica che concepisce il comportamento sociale come risultante delle tendenze e capacità innate della mente umana.
In effetti il grande impulso che la psicologia sociale conobbe nei primi decenni del secolo soprattutto negli Stati Uniti si accompagna - paradossalmente - all'abbandono dei temi di grandissimo respiro antropo-sociale che pure, come abbiamo visto, ne avevano segnato le origini.
Ciò avviene in conseguenza del fatto che nella psicologia sociale la prospettiva individualistica poggia oltre che su una forte tradizione culturale (l'evoluzionismo darwiniano, mediato da Herbert Spencer, a cui lo stesso McDougall - al pari di altri - si richiama), su una sentitissima esigenza di incrementare la scientificità degli assunti teorici, distaccandosi del tutto dalla filosofia sociale ed adottando sistematicamente il metodo sperimentale; la conseguenza è quella di orientarsi verso paradigmi di analisi tanto più 'ristretti' quanto più verificabili.
Questa propensione pragmatica e funzionalista è alimentata nella psicologia sociale americana dalla convergenza tra individualismo e comportamentismo e dalla stretta adesione alla sperimentazione di laboratorio (che è alla base dell'approccio comportamentista).
Se ciò consentì alla psicologia sociale di acquisire identità disciplinare d'altra parte portò, negli Stati Uniti più che altrove - sostiene Carl Graumann - ad un certo "allontanamento dallo studio dei problemi sociali. Almeno nella pratica sperimentale essa ha isolato i soggetti dal contesto sociale; finché, in occasione delle crisi economiche e politiche, quali la Depressione del '29 o la Seconda Guerra Mondiale, l'urgenza dei problemi sociali travolse i puristi nei loro laboratori".
Fu il contributo di studiosi europei (in particolare di una folta schiera di ricercatori tedeschi che si erano dovuti allontanare dal loro paese a seguito dell'avvento del nazismo) a fornire nuove direzioni alla psicologia sociale americana. In particolare, di indiscutibile rilievo è il contributo di Kurt Lewin (1890-1947), profugo ebreo già docente presso l'Università di Berlino e membro della scuola della Gestalt.
L'appartenenza di Lewin alla scuola gestaltista costituisce un elemento essenziale per comprendere le ragioni della straordinaria influenza sul nuovo corso della psicologia sociale. La Gestalt si è da sempre caratterizzata per una spiccata propensione empirica che ha comportato un notevole sviluppo delle tecniche e metodologie sperimentali. Inoltre la Gestalt - anche in ragione della stessa natura dei problemi a cui è stata massimamente interessata (la percezione, in primo luogo) - si è caratterizzata in senso marcatamente fenomenologico e quindi anche di massima continuità con l'esperienza quotidiana.
Lewin, noto per la sua teoria di campo, trasferì nella psicologia sociale (in special modo nella psicologia dei gruppi) il principio dell'interdipendenza tra gli elementi presenti in un certo contesto sociale, sottolineando la supremazia del tutto (situazione o campo) sulle singole componenti.
L'impostazione lewiniana è stata di enorme importanza perché il suo modello teorico ed il complesso impianto metodologico che lo sostiene ha consentito notevoli, concrete applicazioni in diversi ambiti organizzativi e sociali in termini di studio ed intervento.
Lewin rappresenta un autentico rinnovatore della psicologia sociale e la sua importanza è testimoniata non solo dalla diffusione e qualità specifica delle sue opere quanto anche dalla consistenza e risonanza delle iniziative riconducibili alla scuola da lui avviata.
Un importante cambiamento che è in non piccola parte attribuibile all'influenza della concezione lewiniana concerne il superamento nell'ambito della psicologia sociale americana del paradigma comportamentista e il conseguente approdo all'approccio cognitivista.
Al riguardo del superamento delle posizioni comportamentistiche radicali e della valorizzazione dei processi cognitivi un altro autore imprescindibile è George H. Mead. Con lui il comportamento - non più mera risposta adattativa all'ambiente ma fondamento della comunicazione interpersonale (interazione simbolica) - diventa un importante strumento della costruzione sociale. La psicologia sociale di Mead è la psicologia del Self, dell'intersezione tra la dimensione individuale e quella sociale; con lui e con Lewin e a partire da loro si perviene all'attualità della psicologia sociale.

6 commenti:

relly88 ha detto...

In questa ultima lezione,voi ci avete spiegato che per i comportamentisti, qualsiasi azione o cosa fatta dall'uomo(come il senso del pudore)che esso crede naturale,in realtà è un condizionamento sociale e culturale.Allora le volevo chiedere se è per questo motivo che l'uomo anche se crede,non è mai libero nelle sue scelte(visto che nella lezione precedente del 25 settembre ci aveva fatto l'esempio della distinzione tra contadini e aristocratici,a seconda del colore della loro pelle).

PS: è una mia curiosità
Grazie

Stani Smiraglia ha detto...

per i comportamentisti il comportamento "naturale" è quello delle risposte "incondizionate". La società si fonda sul processo di cumulazione di risposte "condizionate".

aquilotta79it ha detto...

Buonasera professore, per prima cosa la ringrazio per la bellissima lezione di mercoledi'...mi ha aperto la mente alla visione di tanti piccoli "particolari" a cui non si fa mai caso.Appunto oggi mi trovavo in una concessionaria di moto con il mio fidanzato;eravamo li per valutare un acquisto e mi sono resa conto di quanti piccolissimi fattori possano influenzarlo...C'erano due moto, praticamente identiche,una rossa (nuovissima)ed una nera...nonostante la moto rossa avesse tutti i giudizi a suo favore,quella nera era sempre la migliore per lui perchè...la moto nera è accattivante, la moto nera affascina di più...e così via.
Forse per lei potra' sembrare strano, ma è stato a quel punto che ho appreso in pieno il senso della sua lezione...la scelta del mio fidanzato non era ne' libera e ne' reale...Secondo lei anche in questo caso si potrebbe parlare di una forma inconsapevole di "condizionamento" ?
Grazie mille e ancora mille scuse per le forma un pò "bizzarre" di esempi che pongo nel suo blog.

Anonimo ha detto...

SCRIVETE + SEMPLICE NON SI CAPISCE NIENTE....GRAZIE

Maryg ha detto...

Prof scusi, stavo rileggendo questo post e mi chiedevo....qndo parlando dei comportamentisti dice "risposte incondizionate" si riferisce agli istinti o meglio al "comportamento esplicito"?

Stani Smiraglia ha detto...

x maryg: le risposte incondizionate sono quelle fissate dall'evoluzione della specie e dunque dalla selezione naturale.
sono risposte dell'organismo (esplicite, dunque) e nello stesso tempo "istintive" (come salivare di fronte ad un piatto appetitoso, se digiuni)